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Ceuta,
ti guardo sulla carta
e sembri soltanto un punto.
Un piccolo pezzo di terra
tra due mondi.
Poi provo a immaginarti di notte,
con le case illuminate,
il rumore del mare,
qualcuno che chiude una finestra,
qualcuno che non riesce a dormire.
Dall’altra parte c’è l’Africa.
Così vicina
che quasi fa male pensare
a quanto possano diventare lontani
pochi chilometri
quando a percorrerli
è la vita di un uomo.
E sopra tutto passa il vento.
Arriva dal mare,
tocca una riva,
poi l’altra.
Nessuno gli chiede chi sia.
Il vento non porta documenti.
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Stanotte immagino un ragazzo.
Non so quanti anni abbia.
Non so da dove venga.
Forse ha vent’anni,
forse qualcuno in più.
Potrebbe avere l’età
in cui si dovrebbe pensare
a innamorarsi,
a fare tardi con gli amici,
a litigare con la propria madre
per poi tornare a casa
e trovarle la cena ancora calda.
Invece cammina.
Ha polvere nelle scarpe
e una fotografia in tasca.
Non so chi ci sia dentro.
Una madre, forse.
Mi viene naturale pensarlo.
Forse gliel’ha messa lei in mano
prima di lasciarlo partire.
Forse gli ha sistemato il colletto,
come fanno le madri
anche quando i figli sono ormai grandi.
Forse gli ha detto soltanto:
stai attento.
Due parole semplici.
Le stesse che una madre direbbe
in qualsiasi lingua del mondo.
E adesso quella fotografia
è piegata nella sua tasca.
Ogni tanto lui la tocca
per essere sicuro
che sia ancora lì.
Questo particolare
non riesco a togliermelo dalla testa.
Perché quando perdi quasi tutto
anche un pezzo di carta
può diventare casa.
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Davanti a lui ci sono le luci di Ceuta.
Le vede.
Dev’essere terribile
vedere il luogo dove vuoi arrivare
e non sapere
se riuscirai a raggiungerlo.
Poche miglia.
Niente, sulla carta.
Ma le carte non hanno paura.
Le carte non hanno fame.
Le carte non hanno una madre
che aspetta una telefonata.
Gli uomini sì.
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E dall’altra parte
c’è un altro uomo.
Anche lui sta facendo
quello che deve fare.
Forse è stanco.
Forse guarda l’orologio
e pensa che tra qualche ora
tornerà a casa.
Magari sua moglie dorme già.
Magari suo figlio
gli ha lasciato un disegno sul tavolo.
Mi piace immaginare
che anche lui tenga una fotografia
nel portafoglio.
Così penso a questi due uomini.
Uno davanti all’altro.
Uno vuole passare.
L’altro deve fermarlo.
E improvvisamente
non riesco più a vedere
due parti opposte.
Vedo soltanto
due esseri umani
che qualcuno ha messo
ai lati diversi di una linea.
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Il mare intanto continua.
Arriva sulla riva
e torna indietro.
Arriva
e torna indietro.
Come se tutte le nostre ragioni
non lo riguardassero.
Forse è davvero così.
Il Mediterraneo era qui
prima dei nostri confini
e probabilmente sarà qui
quando molti dei nostri confini
non esisteranno più.
Noi invece abbiamo poco tempo.
Così poco.
Eppure ne spendiamo tanto
a decidere chi è dei nostri
e chi non lo è.
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Ceuta,
non voglio parlare di politica.
Non saprei nemmeno
da quale parte cominciare.
Voglio parlare di quella madre.
Di suo figlio.
Dell’uomo che lo guarda
dall’altra parte.
Delle persone che aspettano entrambi
nelle loro case.
Perché alla fine
quasi tutti abbiamo qualcuno
che vorremmo ritrovare
quando arriva sera.
Qualcuno a cui dire:
sono tornato.
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Poi immagino ancora il vento.
Viene dall’Africa,
attraversa lo Stretto,
tocca il volto del ragazzo.
Poco dopo
tocca quello dell’altro uomo.
È lo stesso vento.
Per un momento
respirano la stessa aria.
Forse non se ne accorgono.
Io invece voglio fermarmi qui.
In questo piccolo istante.
Perché prima di sapere
come si chiamano,
da quale Paese vengono,
quale lingua parlano
e quale documento portano in tasca,
so già la cosa più importante:
se hanno paura, tremano.
Se perdono qualcuno, piangono.
Se amano qualcuno,
vorrebbero tornare da lui.
Proprio come me.
Proprio come te.
Il vento questo lo sa.
Perciò attraversa il mare
senza scegliere una parte.
Tocca entrambi
e continua il suo viaggio.
Il vento non porta documenti.
© Johann Lubeck